2019, recessione globale sincronizzata

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Scrive Megan Green sul Financial Times scrive che lo scorso anno quasi tutti gli economisti avevano parlato di una crescita globale sincronizzata. Il sincrosismo, tuttavia, non è stato con l’economia degli Usa dove la cresita registrata è stata di gran lunga superiore agli altri paesi,  grazie agli stimoli fiscali.

Per il 2019 Megan Green prevede una sincronizzazione globale, ma non in senso positivo. Gli Stati Uniti hanno visto una decelerazione della crescita rispetto agli esaltanti giorni regsitrati all’inizio del 2018. Ha toccato il 4,2% nel secondo trimestre e il 3,5% nel terzo. Ma il “nowcast” della Federal Reserve di Atlanta prevede una crescita del 3% per il quarto trimestre, un rallentamento causato dall’incertezza sulla politica commerciale e, in breve, da uno scarso stimolo fiscale.

Gli Stati Uniti potrebbero fare qualche passo avanti nella disputa commerciale con la Cina, ma le questioni chiave: diritti di proprietà intellettuale, trasferimenti tecnologici forzati e sussidi alla tecnologia non sono stati affrontati. L’eurozona, nel frattempo, ha raggiunto il picco di crescita per l’attuale ciclo economico nella seconda metà del 2017. Da allora la crescita è rallentata, passando dal 2,5% nel terzo trimestre del 2017 all’1,7% nello stesso trimestre di quest’anno. Ciò è stato recentemente determinato da un forte rallentamento della Germania, causato, in parte, da problemi nel settore automobilistico e dal prodotto interno lordo italiano. La Germania dovrebbe passare il 2019 indenne. I maggiori problemi invece sono presenti in Francia (gilet gialli) e Italia (sforamento deficit/Pil e regole europee). La Banca centrale europea ha appena concluso il “Quantitative Easing” che ha tamponato, in questi anni, gli effetti della Brexit.

Anche la crescita in Cina ha iniziato a rallentare verso la fine del 2017 e probabilmente continuerà fino al prossimo anno, nonostante una serie di misure di stimolo fiscale e monetario. La più grande minaccia immediata per l’economia cinese è un’escalation della disputa commerciale, che potrebbe portare a 25% di dazi su tutte le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti. Ciò avrebbe un impatto materiale sull’economia cinese, per non parlare del commercio globale. Un peggioramento della situazione potrebbe indurre la People’s Bank of China a consentire alla moneta locale di deprezzarsi per compensare l’impatto delle tariffe. Ciò spingerebbe il dollaro USA verso l’alto, mettendo una stretta significativa sulle economie dei mercati emergenti che prendono in prestito e fatturano le importazioni in dollari. Tuttavia, un rallentamento globale sincronizzato non è del tutto inaspettato. 

In assenza di stimoli fiscali o monetari, di un aumento della crescita della produttività o di un aumento dell’offerta di lavoro, dovremmo sempre aspettarci la recessione delle economie dei paesi a livello globale. Anche la maggior parte delle principali banche centrali sembra siano  in allarme per il  rallentamento globale. La scorsa settimana, Mario Draghi, presidente della BCE, ha affermato che il bilanciamento dei rischi in Europa è stato “il passaggio al ribasso”. Lo stesso giorno, il governatore della PBoC Yi Gang ha promesso che la politica monetaria della Cina rimarrà “solidale”. La Bank of Japan continua a pompare denaro nell’economia giapponese. E, soprattutto, Jay Powell, presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, ha segnalato ai mercati il ​​mese scorso che la banca centrale stava adottando un percorso di tassi di interesse più dipendente dai dati e quindi probabilmente accomodante per il 2019. Mentre l’economia globale si sta indebolendo le banche centrali stanno segnalando che sono, comunque, consapevoli dei rischi per il prossimo anno e che stanno pensando alle misure da attuare.

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