Iran, Turchia e Pkk si contendono aree strategiche di Iraq e Siria

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Secondo quanto riporta Nova, con la sconfitta dello Stato islamico in Siria e in Iraq, le aree strategiche dei due paesi stanno diventando sempre più oggetto di contesa tra altre forze e stati della regione. In particolare Turchia e Iran rimangono entrambi fortemente interessati ad alcune aree strategiche di questi paesi. Sinjar, regione curda-yazida, situata a nordovest dell’Iraq, rappresenta un’area strategica essenziale, ma ci sono diversi contendenti. La Turchia, l’Iran e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) sono tutti in lotta per il controllo di quest’area. Negli ultimi giorni inoltre la stampa turca ha seguito con attenzione la vicenda dell’ex comandante e portavoce delle Sdf (Forze democratiche siriane, coalizione curdo-araba sostenuta dagli Usa nella lotta allo Stato islamico nel nord Siria), Talal Silo, che si sarebbe consegnato all’Esercito libero siriano (Fsa) a Jarablus. Secondo la stampa di Ankara, Silo sarebbe entrato dalla Siria in Turchia dove avrebbe rivelato ai servizi segreti turchi la struttura organizzativa del Partito dell’Unione democratica (Pyd, partito curdo-siriano), informando sulla situazione nel cantone curdo di Afrin, nel nord-ovest della Siria.

Il fatto che una figura così importante delle Sdf abbia abbandonato il Pyd e si sia consegnato ad Ankara, suo nemico, suscita della domande su cosa stia avvenendo all’interno della coalizione curdo-araba che si è distinta per la sua valorosa e intransigente lotta al sedicente califfato dell’Is. “Certamente dopo la sconfitta dell’Is a Raqqa le dinamiche delle forze in campo stanno cambiando”, spiega ad “Agenzia Nova” il professore Michelangelo Guida, preside della Facoltà di Scienze economiche e amministrative dell’Università 29 Mayis di Istanbul. In realtà Talal Silo non è curdo, ma di etnia turcomanna. Si era unito nella lotta contro l’Is alle Forze democratiche siriane e si era distinto per le sue capacità militari fino ad assurgere al ruolo di comandante. Secondo il professor Guida questa alleanza sta mostrando vistose crepe.

“Il comune pericolo rappresentato dall’Is sta svanendo e sono sorte incomprensioni all’interno delle Sdf. Non dimentichiamo che la notizia della defezione di Silo si è diffusa poco dopo che la ‘Bbc’ aveva rivelato che le stesse forze curdo-siriane che hanno combattuto contro l’Is per la liberazione della città avevano permesso a poco più di 3.000 combattenti dello Stato islamico di lasciare Raqqa con le proprie famiglie e le proprie armi, sia quelle leggere sia quelle pesanti – spiega Guida -. E questo ha creato sconcerto non solo all’interno della Siria e della comunità internazionale, ma anche all’interno della stessa organizzazione. Le varie fazioni non erano evidentemente d’accordo su questa strategia adottata: quella di lasciare scappare le milizie dell’Is senza combatterle”.

L’assedio di Raqqa era durato a lungo, diversi mesi, con elevate perdite umane. Le milizie curdo-arabe erano dunque esauste e molto probabilmente quello è stato il motivo per cui hanno preferito lasciare scappare i jihadisti dell’Is per evitare ulteriori perdite tra le proprie file. “Probabilmente tutto è avvenuto con il consenso degli Usa – continua Guida – soprattutto perché, dopo la caduta della capitale dello Stato islamico, la coalizione anti Is doveva concentrarsi in un’altra area molto importante, che è quella situata a est della Siria, al confine con l’Iraq, la zona di Deir ez-Zor e Al Bukamal, dove vi sono aree petrolifere ancora sotto il controllo dell’Is. E il regime siriano è fortemente interessato a riconquistare quelle aree strategiche. Quindi appare chiaro che le forze della coalizione non sono solo impegnate nella sconfitta definitiva dell’Is, ma che sono interessate anche al controllo delle vie di comunicazione tra Iraq e Siria, che sono importanti vie commerciali per il sostegno delle loro forze presenti nel nord della Siria e per impedire l’espansione iraniana nell’area. In sostanza il controllo di quell’area da parte delle forze del regime siriano e delle milizie iraniane, sue alleate, consentirebbe all’Iran di sostenere sia le sue forze presenti all’interno della Siria sia quelle presenti nel Libano meridionale”.

E intanto l’esercito turco è impegnato a “ripulire” tutta l’area del nord della Siria e quella del nord dell’Iraq confinante con la Turchia dalla presenza dei curdi del Pkk. Prima del terribile terremoto che ha colpito alcuni giorni fa la regione di Suleymania, nel nord dell’Iraq al confine con l’Iran, Ankara aveva proposto a Teheran di effettuare un’operazione congiunta nell’area dei monti di Kandil per distruggere tutte le basi del Pkk e ripulire tutta l’area dalla presenza del partito armato. Questo è quanto sarebbe emerso sostanzialmente dai recenti colloqui di alto livello intercorsi tra Ankara e Teheran.“È sicuramente in preparazione una simile operazione, ma non si sa quando e come avverrà”, sostiene il professor Guida. Il presidente turco Erdogan ha in più occasioni fatto riferimento a tale probabile operazione, dicendo: “Potremmo arrivare improvvisamente in una notte”, come recita una famosa canzone popolare turca. “Queste cose non accadranno al suono di un tamburo. Una notte entreremo a Kandil, improvvisamente”, ha detto Erdogan.

“In realtà – spiega Guida – il ministro dell’Interno turco Suleyman Soylu, è stato ancora più esplicito. Mercoledì scorso, durante una conferenza stampa, ha annunciato che la Turchia è intenzionata a ripulire dalla presenza del Pkk un’area larga 25 chilometri all’interno del territorio iracheno, lungo tutto il proprio confine. Paradossalmente sia il referendum sull’indipendenza della regione autonoma del Kurdistan che il recente terremoto favoriscono tale operazione. Di certo, il terremoto è stato un evento drammatico e il fatto che la Turchia sia stata la prima a mobilitarsi tempestivamente per i soccorsi salvando persone seppellite dalle macerie e inviando più di 70 Tir di aiuti, ha contribuito a migliorare l’immagine di questo paese agli occhi dell’opinione pubblica in Iraq, in generale, ma soprattutto tra la popolazione del Kurdistan iracheno”.

D’altro canto, aggiunge il professore, “il riavvicinamento di Ankara a Teheran, per la comune contrarietà al referendum del Kurdistan, ha fatto sì che si giungesse ad un accordo contro il Pkk, sia perché la base maggiore del Pkk si trova proprio al confine iraniano, e questo aiuta l’operazione a Kandil, sia perché gli iraniani hanno interesse anche per la zona di Sinjar, nel nord-ovest dell’Iraq al confine con la Siria, dove c’è un’altra importante base del Pkk. Dunque potrebbero coordinarsi per l’operazione annunciata da Soylu anche col governo centrale iracheno su cui Teheran ha influenza. E adesso, anche il governo iracheno avrebbe un interesse a sostenere questa operazione perché il Pkk, dopo il referendum e dopo le operazioni militari di Baghdad per la conquista delle aree contese di Kirkuk, si starebbe mobilitando per azioni militari contro di esso. Cosa, questa, che non accadeva da molti anni. E dunque, ora, tutti questi tre importanti attori dell’area avrebbero interesse a collaborare contro il Pkk. E ciò, fino a poco tempo fa, non sarebbe stato possibile”.

L’interesse della Turchia per Sinjar è cosa nota da tempo per la presenza di una base del Pkk. Ufficialmente l’Iran non ha legami religiosi o etnici con Sinjar, area turcomanna e sunnita, ma ha interessi di natura strategica. Nel 1991, durante la prima guerra del Golfo, l’Iraq sotto Saddam Hussein lanciò missili balistici Scud in Israele dal Monte Sinjar. Ci si chiede dunque se l’interesse dell’Iran per i monti di Sinjar sia quello stesso che ebbe Saddam Hussein. Strategicamente e politicamente, l’Iran ha sempre ambito ad una via di accesso al Mediterraneo, anche per esportare petrolio e gas. In particolare, Teheran potrebbe avere interesse ad una linea di comunicazione che va da Suleymaniye-Kirkuk-Sinjar (tutta in Iraq), passando per il Rojava (Nord Siria) Deir ez-Zor, Damasco e per il Libano; tale linea dovrebbe essere il suo corridoio strategico, base della cosiddetta mezzaluna sciita.

E Sinjar, regione tra Iraq e Siria, è un punto di collegamento vitale per l’Iran che consentirebbe anche di recidere i legami tra i curdi, spezzando la continuità territoriale della regione curda. Il controllo iraniano di Sinjar è considerato una minaccia da alcuni, come per esempio da Israele, e Teheran sta costruendo un’alleanza come forza di deterrenza nei confronti dei propri nemici. D’altro canto anche la Turchia non vuole che Sinjar diventi una nuova Kandil, roccaforte del Pkk; non permetterà mai la costituzione di un corridoio curdo che dall’Iraq correrebbe lungo i suoi confini fino ad ovest verso il Mediterraneo.

E dunque l’Iran e la Turchia, che hanno avuto delle profonde divergenze nella guerra civile in Siria, si trovano adesso sullo stesso fronte per quanto riguarda la questione curda. Ma si tratta di una convergenza tattica, perché le due potenze regionali hanno interessi e visioni religiose contrastanti. Un Iran al confine con la Turchia rappresenterebbe una minaccia per Ankara e dunque c’è il rischio che a Sinjar esse si scontrino, se non militarmente, politicamente. Chiunque controlli Sinjar – Turchia, Iran o Pkk – avrà un vantaggio indiscutibile in Iraq e in Siria.

Iran, Turchia e Pkk si contendono aree strategiche di Iraq e Siria

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